martedì 9 febbraio 2010

JEANS

Il treno è affollato e i sedili frontali sono a distanza ravvicinata. Sembra un vecchio regionale utilizzato per il servizio metropolitano, e c'è un unico posto libero, vicino al finestrino, che nessuno, forse per la brevità del percorso, occupa.
Ti siedi.
Qualcuno alla tua destra, qualcuna, in obliquo, di fronte a te, qualcuno davanti, che sposta, appena, le gambe allungate di lato, per farti spazio.
E allora, le cosce, fasciate entrambe dai jeans, si toccano.
E rimangono così, mentre il calore si fa, pian piano, strada attraverso la stoffa.
Gli ondeggiamenti del treno suggeriscono spostamenti, ma le posizioni rimangono quelle, e, se, minimamente, cambiano, è solo per 'accomodare' la percezione dell'altro, per portare avanti un dialogo fatto di leggeri strofinii, di tocchi impercettibili, di movimenti negati.
Lo spazio, allargatosi per il cambio casuale dei compagni di viaggio, non modifica la situazione, e ti ritrovi a pensare che, in un'altra occasione, non lo avresti degnato di uno sguardo più che fugace, e adesso, invece, ti ritrovi a scendere una fermata dopo, ad allungare il giro, per non perdere quel contatto.
Anche se non ti interessa chi è, cosa fa, dove va.
Quando non puoi più fare diversamente, però, ti alzi, e, senza degnarlo di uno sguardo, scendi.


domenica 7 febbraio 2010

KELLY JONES

Agli uomini è concesso di arrivare in ritardo solo di pochi minuti (senza superare i cinque!) e con un'espressione a metà fra la gioia di vederti e il dispiacere di averti fatto aspettare.
[n.b.: alle donne è concesso fa finta di essere in ritardo (max 7min.) per spiare da dietro l'angolo il comportamento di chi le aspetta! ;P]
Se il ritardo -giustificato- dovesse ammontare al quarto d'ora, chiunque è tenuto ad avvisare per tempo (cioè prima che il suddetto ritardo si verifichi).
Ci sono delle eccezioni, però!
O, in altre parole, c'è qualcuno da cui siamo disposti ad accettare un ritardo, all'appuntamento fissato, di ben due mesi e più! (19novembre-29gennaio)
Bisogna che abbia fascino, due occhioni scuri sotto scure ciglia ricurve, un sorriso irresistibile e una voce roca capace di farti vibrare quella certa corda nell'animo, però! :DDD
Tutte queste cose, per me, identificano una sola persona: Kelly Jones.
Si, lui, la voce, l'anima, degli Stereophonics.
E non c'è stata settimana, in questi due mesi, in cui non sia passata almeno una volta davanti allo scaffale, alla FNAC (è qui che poi l'ho preso), ma anche altrove, dove doveva esserci il disco nuovo: 'Keep calm and carry on'.
Ho cercato di seguire il consiglio, senza cedere alla tentazione, più costosa, di farmelo arrivare a casa grazie a internet, e si, adesso è fra le mie mani! :)))
(E pure sempre nelle orecchie per mezzo del lettore mp3! ;))) )
Non ho seguito l'uscita dei singoli (che comunque risultano difficili da reperire, qui!), ma, soprattutto, non ho dato peso alle 'voci' (chiacchiere, piuttosto!) sulla 'qualità' dell'opera: se compro un disco degli Stereophonics -cosa che vale per tutti quelli che hanno una loro identità- è perché voglio sentire quel suono, quegli strumenti usati in una certa maniera, quelle parole, quella voce!
Le 'innovazioni', le 'sperimentazioni', mi interessano finché sono gli autori a deciderle, non la 'critica'!
E non è che io sia magnanima nei miei giudizi! Cerco, piuttosto, di essere obiettiva, senza volermi prendere la responsabilità di influenzare le vendite in funzione dei miei gusti!
'Keep calm and carry on' è un disco gradevole, 'pulito', abbastanza uniforme nella struttura, pure se ogni canzone può colpirti, nella sua identificabilità, in maniera particolare.
E' questo che indispone i critici, mi chiedo, la stabilità?
Beh, io l'apprezzo.
E, avessi una decappottabile, me ne andrei in giro, in una giornata di sole, sull'autostrada, per la campagna italiana, con Kelly Jones e gli Stereophonics a un discreto volume!
Perché, nonostante gli argomenti delle loro canzoni non sempre siano 'solari', loro lo sono!
E mi piacciono!
Kelly Jones in particolare! ;DDD
Anche se l'abbronzatura 'da copertina' e il capello corto-incolto che ha adesso non gli donano molto.
Ma se l'amore non è sordo, qualche volta fa finta di non vedere! ;)))


mercoledì 27 gennaio 2010

TEATIME n°1

E' sempre un problema, quando, al bar, alla domanda: "Cosa prendi?", la tua risposta non è: "Un caffè, grazie!".
Ormai alterno la cocacola all'acqua tonica, a seconda dell'umore.
Perché, per quanto velocemente possa berlo, il tè è un rito, non una cosa da bancone!
E allora, meglio rinunciarci!
Mi trovo nello stesso imbarazzo a postare qualcosa su 321Pausacaffè!
Io, del caffè, non so scrivere!
Pensando a come impiegare questo piccolo lasso di tempo, mi è tornata in mente Englishman in New York di Sting:

" I don't drink coffee I take tea my dear... ".

Cercando il testo della canzone (per ricordare le parole, dovevo averlo da qualche parte!) sono andata a prendere il suo unico LP in mio possesso: 'The dream of the blue turtle'.
Ovviamente non era lì, in quanto la canzone fa parte di 'Nothing like the sun', ma ero convinta di averlo, questo testo, (e pure la canzone!) quindi, cercando ancora è venuta fuori una cassetta e una copia in bianco e nero della copertina interna del disco.
Non ho mai amato particolarmente Sting, ma da dopo i Police (se non ricordo male, proprio 'The dream of the blue turtle' è stato il suo primo lavoro da solista), qualcosa di suo mi è piaciuto.
Questo disco in particolare, appunto.
E, cercando la canzone che non c'era, canticchiavo quelle presenti, e mi tornavano in mente immagini su immagini legate a quel periodo: di persone, di cose, di fatti.
E il mio sguardo si è fermato sulle annotazioni e sulle spiegazioni che lo stesso Sting mette sulla copertina posteriore, riferite all'album stesso.
Una mi è balzata agli occhi, ignorata, fin adesso: 'Moon over Bourbon Street' è stata ispirata da 'Intervista col vampiro' di Anne Rice!
Non ci avevo mai fatto caso!!!
Vero è che, all'epoca, o poco dopo, nonostante avessi accompagnato una amica a comprare i primi tre volumi della saga, non li avevo presi a mia volta! E' stato molto tempo dopo che mi sono innamorata follemente dei personaggi di Anne Rice, ma la canzone era, insieme a Russians, quella dell'album che mi era piaciuta di più, che mi intrigava, che ricordavo!
Una premonizione? Un richiamo?
Lestat era già nato... ;DDD
Non che il tutto mi renda più simpatico Sting, ma questa è una cosa che non posso ignorare! :PPP
Peccato solo che i vampiri non bevano il tè... ;)))


sabato 23 gennaio 2010

CITAZIONE MUSICALE n°13

"I'm gonna clear out my head
I'm gonna get myself straight
I know it's never too late
To make a brand new start..."

[Paul Weller - Brand new start ]

(...perchè ogni nuovo inizio merita fiducia! ;))) )


CITAZIONE LETTERARIA n°13

"Niente cambia. Eppure nulla di ciò che è, potrà mai essere ciò che è stato."

[Gore Vidal - La statua di sale - Fazi editore]

(...perchè è così! :))) )


martedì 19 gennaio 2010

CONTINUITA'

Dopo il lunedì viene il martedì.
E poi il mercoledì, senza badare al superiore avvicendarsi di mesi e anni.
La sequenza base è sempre la stessa: un giorno dopo l'altro. Il nome che diamo loro è una formalità.
E' una constatazione banale, ma ha la sua importanza: sta a indicare che la spirale della vita (e del tempo!) si avvolge su se stessa, procedendo dritta nel suo cammino, incurante delle suddivisioni temporali che ci sono così care.
In omaggio, a conferma, di questa realtà, da un po' di anni, ho preso l'abitudine di iniziare a leggere un libro sul finire dell'anno e finirlo, senza fretta, nell'inizio del successivo.
La scelta è stata sempre più o meno casuale, e il ricordo del libro non è legato al periodo.
Quest'anno ho deciso per Le vie incantate di Parigi, di Jacques Yonnet (fbe edizioni).
Forse perché aspettava da troppo nella colonna dei 'da leggere' e l'atmosfera mi sembrava adatta. :)))
Non è stata una decisione sbagliata! Leggerlo, voglio dire! ;)))
Perché è proprio l'incanto, quello che ti trascina per le strade e i palazzi di una delle città più affascinanti del mondo, facendoti conoscere i personaggi che la abitano e le leggende di cui sono i protagonisti.
Anche in queste pagine ti accorgi che il tempo, pur scorrendo, è relativo, rispetto ai gesti, alle parole, alle situazioni.
E' forse questa la magia di una città.
Quella magia rappresentata, nei segni e nei fatti, da elementi concreti, parte della vita di tutti i giorni dagli albori della loro creazione.
Le pietre parlano.
Per bocca di coloro che le vivono.
A volte usando i suoni della lingua, a volte attraverso i documenti scritti e disegnati.
Una città va capita.
E, per capirla, bisogna studiarla.
Sulle carte e nelle strade. Vivendola accompagnandosi a coloro i quali, le sue strade, le abitano.
E' il modo migliore per dimostrarle il proprio affetto, la propria ammirazione, il proprio amore.
E questi sentimenti vengono ricambiati!
Attraverso scoperte, piccole soddisfazioni, conferme.
E il legame tra i due amanti diviene inscindibile. :)))
E' quello che succede a Jacques Yonnet, ma anche a chi lo segue, nel suo vissuto, pagina dopo pagina.
Quando poi il 'colpo di fulmine' con l'oggetto del desiderio (Parigi!) c'è già stato, è difficile non prendere virtualmente il posto del narratore e non lasciarsi scorrere le sensazioni sulla pelle!
Ed è ancora più difficile non pensare, una volta conclusasi l'avventura letteraria, che, appena sul posto, non ci sarà una mano amica a condurci, a guidarci, per quelle stesse strade, pronte a mostrarci quel che loro stesse ci hanno fatto conoscere, facendo confluire il coro delle testimonianze nelle parole scritte affidate alla penna di Yonnet.

giovedì 14 gennaio 2010

FAME

Certe cose fa male scriverle.
Ma fa ancora più male vederle e non poter far nulla.
Chi ha fame, quel che ha nel piatto, lo mangia prima con gli occhi.
Sta lì e lo guarda. Aspetta, facendo altro, che il suo corpo si abitui all'idea di mangiare, e, solo quando è sazio, con pacatezza, quasi con indifferenza, comincia a consumare, davvero, il cibo.
C'è una dignità, in quei gesti, che frena ogni maldestro tentativo di esprimere, apertamente e concretamente, solidarietà.
O almeno fa questo effetto a me, e non riesco a trovare il modo di essere d'aiuto senza apparire inopportuna e invadente.
Fare l'elemosina a un poveraccio è facile, e ti alleggerisce, pure, in fretta, la coscienza.
Portare aiuto a chi (forse adesso) i soldi non bastano, no.