venerdì 11 giugno 2010

"Un lungo e unico giorno"

Non è facile parlare di guerra.
Non è facile farla, tornarne e raccontare.
Oggi più che mai, quando il suo stesso nome ha lasciato il posto ad eufemismi rassicuranti.
La guerra è guerra, non un (video)gioco.
Indipendentemente da chi la scatena è una cosa seria, ma seria davvero!
"In guerra mi facevano più impressione i vivi, che i morti. I morti mi sembravano dei recipienti usati e poi buttati via da qualcuno, li guardavo come se fossero bottiglie rotte. I vivi, invece, avevano questo terribile vuoto negli occhi: erano esseri umani che avevano guardato oltre la pazzia, e ora vivevano abbracciati alla morte."
dice Nicolai Lilin in 'Caduta libera' (Einaudi).
Come d'abitudine, pur avendolo comprato subito ho aspettato il momento opportuno per leggere questo libro. Perché sapevo a cosa andavo incontro e sapevo che il viaggio che mi apprestavo a compiere era impegnativo e non mi avrebbe concesso distrazioni né riposo.
Nicolai Lilin parla con precisione e semplicità, mai con leggerezza, dell'esperienza forte e drammatica che è stata il suo servizio militare in una zona di guerra, e a me, dopo, pensando a questo pezzo, sono tornati in mente i racconti di mia zia e della mia nonna paterna, sulla seconda guerra mondiale, l'ultima ad essere, consapevolemente, chiamata con questo nome.
Lì c'erano i buoni e c'erano i cattivi, ma tutti erano profondamente umani, nelle parole dei civili 'sfollati'.
Ma la guerra, anche se raccontata, ti costringe a prendere posizione. In base alle motivazioni più strane o a quelle che sentiamo più vicine al nostro essere, e anch'io, leggendo, mi sono trovata a parteggiare per la fazione di Lilin, pur essendo consapevole che, dall'altro lato, c'erano esseri umani e, soprattutto, che non era una finzione.
Mi è poi anche tornato in mente che mio nonno, invece, della guerra, della prima mondiale come della seconda, non parlava mai.
E' un punto di vista diverso, quello dei soldati.
Perché loro sono gli artefici materiali di questa cosa.
E se sei soldato devi ragionare da soldato. Altrimenti, nella migliore delle ipotesi, non torni a casa.
Quando torni, però, non puoi far finta non sia successo qualcosa, non ti basta mettere da parte i ricordi e devi scegliere il silenzio o le parole per accettare quello che è stato, per ricominciare a vivere.
Il vissuto fa parte di noi e, pur lasciandocelo alle spalle, non è possibile annullarlo.
Non è neanche giusto, in fondo.
E non è giusto negare quello che si è stati. Proprio perché si è stati, e si è diventati, grazie anche a quello che non si è più, altro.
Ho trovato molto onesto il racconto che Nicolai Lilin fa di questa sua esperienza.
E molto coraggiosa la sua scelta di rendere partecipi gli altri della realtà di un breve periodo della sua vita.
Mi hanno lasciata sconcertata certi commenti letti/sentiti in giro su questo libro. (Come pure sul precedente Educazione siberiana, sempre pubblicato dalla Einaudi)
Accusare di aver partecipato, di aver agito come le circostanze chiedevano non ha senso e non è giusto.
Come negare i fatti non li cambia.
E' necessario, invece, conoscere, per poter anche solo da pedine, sperare di cambiare una realtà decisa da altri alle e sulle nostre spalle.
"Guardavo le case sventrate, i muri sfondati e i mobili incendiati, le foto di gente che non conoscevo bruciate e strappate, buttate per terra senza alcun rimorso, senza nessuna pietà per la memoria. Chi attraversa una guerra - combattendo o scappando, comunque in entrambi i casi cercando di sopravvivere - non possiede più niente di personale, nemmeno la propria storia. Nessuno di noi pensava al passato o al futuro, tutti quanti eravamo nell'oggi, immersi in un lungo e unico giorno. "
racconta Nicolai Lilin.
Parole dure, ma immagini vere.
E di più adatte a descrivere l'orrore della guerra, forse, non ce ne sono.
Come pure non ne esistono di meno crude e meno sincere di quelle che usa per spiegare la condizione psicologica in cui, svolgendo il proprio compito di cecchino, assegnatogli per doti e caratteristiche che niente hanno a che vedere con la guerra, si viene a trovare egli stesso.
"...se fossi stato sicuro di non essere frainteso avrei risposto che quello che mi muoveva era un enorme amore per la morte, il vero piacere che solo la caccia agli esseri umani riesce a dare. Un'emozione malata."
infatti è stato frainteso.
Non è assolutamente malato, anzi, è molto saggio, chiedersi, una volta fuori, il perché di certe sensazioni, ed è indice di consapevolezza di sé e del proprio stare al mondo.
E la risposta è forse nelle parole semplici ma profonde del nonno a cui Nicolai chiede spiegazioni e conforto:
"Ogni uomo porta dentro di sé dio e il diavolo. in certe situazioni è giusto che uno prenda il sopravvento sull'altro: solo così l'uomo può sopravvivere."
Non sono parole che giustificano la guerra, non la giustificano affatto, ma sono le uniche in grado di spiegare le nostre azioni nella sua realtà distorta.

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